
Negli anni scorsi ho tenuto le allocuzioni del 1° agosto a Samaden (2005, in retoromancio e svizzero tedesco), nel Val de Travers (2006, in francese) e a Palagnedra (2007, in lingua italiana), in modo del tutto tradizionale, con tanto di lampioncini e falò. Nel 2001 e nel 2006, in qualità di Presidente della Confederazione, mi sono espresso alla radio e alla televisione in occasione della nostra Festa nazionale. Questa volta, invece, mi rivolgo ad un pubblico diverso, servendomi di un altro strumento di comunicazione, ossia del blog: si tratta di una prima non soltanto per me; è, in assoluto, il primo discorso pubblicato in un blog in occasione del 1° agosto.

Care lettrici, cari lettori del mio blog,
quali sono i tratti tipicamente svizzeri? Recentemente, il quotidiano NZZ ha invitato alcuni ospiti a riflettere sulla questione. Ho notato che due rappresentanti del mondo della cultura che vivono e lavorano in Svizzera, ossia il direttore d’orchestra austriaco Nicolas Harnoncourt e il tedesco Matthias Hartmann, direttore dello Schauspielhaus di Zurigo, considerano entrambi, indipendentemente l’uno dall’altro, un tratto tipicamente svizzero il fatto di circolare sulle strade a una velocità inferiore a quella indicata dalla segnaletica. Per entrambi, questa particolarità del carattere elvetico è del tutto incomprensibile e fa scuotere la testa.
Ovviamente, come ministro dei trasporti, potrei elencare qui una serie di constatazioni diametralmente opposte, fatte dalla polizia. E potrei pure analizzare più da vicino le considerazioni di Harnoncourt e Hartmann: il comportamento degli utenti della strada che essi osservano si riscontra maggiormente sui tragitti casa lavoro, durante il lavoro o tornando a casa? Le conclusioni psicologiche sarebbero relativamente facili da trarre. Potrei poi anche meditare sulle radici psicologiche profonde di questo comportamento nazionale, volto a rispettare in modo esagerato i limiti di velocità. Si tratta forse di un riflesso motivato da ragioni di sicurezza, e dettato da uno spiccato senso di responsabilità del singolo, di coscienza ecologica o semplicemente di un modo saggio di considerare il tempo e l’eternità?
Ma, bando a queste elucubrazioni, non è certo mia intenzione burlarmi di qualcuno. Del resto apprezzo moltissimo l’impegno culturale e politico dei due autori citati; penso in particolare a un recente contributo di Harnoncourt in occasione di un dibattito sulla scuola e la formazione. Siamo sinceri: non è per nulla facile rispondere alla domanda „quali sono i tratti tipicamente svizzeri?”.

In occasione del 1° agosto vale la pena chinarsi sull’argomento.
Durante incontri bilaterali all’estero, conferenze dell’ONU o congressi internazionali mi trovo continuamente a dover spiegare ai miei interlocutori una tipica particolarità elvetica, ossia la democrazia diretta, le sue conseguenze per l’elettorato, per il nostro sistema di governo e per il nostro modo di far politica. Persino nelle altre democrazie europee questa specificità non solo non è conosciuta ma addirittura suscita incomprensione. Così, recentemente, il presidente di uno Stato limitrofo mi ha sussurrato all’orecchio, con una certa compassione: „Prima o poi non potrete fare a meno di prendere le distanze da questo sistema politico piuttosto complicato e macchinoso”.
Non lasciamo che un immediato sentimento patriottico prenda il sopravvento e chiediamoci: non c’è forse qualcosa di vero in questa critica?
Quando spiego il nostro sistema politico ai miei interlocutori mi sento dire che, in una democrazia diretta, è impossibile sviluppare strategie a lungo termine e instaurare coerenza. Le decisioni prese non possono essere che inconsistenti e scevre di ogni logica intrinseca.
Ora, proprio come ministro dei trasporti, constato che nelle democrazie rappresentative, con i loro mutevoli rapporti di maggioranza, la politica è spesso caratterizzata più da un incedere caotico che da lineare coerenza. Nella nostra democrazia diretta, invece, le elettrici e gli elettori si sono ad esempio espressi a più riprese a favore del trasferimento del traffico pesante dalla strada alla ferrovia e del potenziamento del trasporto pubblico, dimostrandosi in grado di comprendere complessi rapporti di interdipendenza come quelli tra la TTPCP, la NFTA e gli accordi bilaterali con l’Unione europea. Nel nostro sistema, una volta presa una decisione nessuno la mette più in dubbio. La democrazia diretta è dunque garante di stabilità. Anche nei suoi rapporti con l’UE la Svizzera ha sinora percorso con coerenza la via dei negoziati bilaterali.
All’estero, mi viene però mossa anche un’altra critica: in una democrazia diretta, ogni collettività pubblica, che si tratti di Comuni, Cantoni o dello Stato federale, bada soltanto ai propri interessi. In una democrazia diretta non vi è solidarietà.
Rispondo che, al pari dell’individuo, anche la collettività si comporta in modo sociale. Il comportamento di un governo o di un parlamento, peraltro, non è più sociale di quello del singolo cittadino. È a seguito di un voto popolare che la Svizzera è diventata membro dell’ONU e che ha deciso di versare i contributi di coesione in favore dei nuovi Stati membri dell’UE.
E, infine, ecco un’altra obiezione: la democrazia diretta può degenerare in una „democratura”, nella quale la maggioranza sopraffà costantemente le minoranze, arrogandosi tutti i diritti. Ogni generazione pensa soltanto a se stessa e non è disposta ad investire sul lungo periodo.
Un Paese caratterizzato da quattro lingue ufficiali e numerosi idiomi non ufficiali, un Paese in cui convivono diverse culture, composto quasi esclusivamente di minoranze, non può fare a meno di tenere conto di quest’ultime. E, per tornare agli investimenti: nel quadro di una votazione popolare, l’elettorato elvetico ha deciso di investire più di 30 miliardi di franchi in progetti di trasporto che serviranno principalmente alla generazioni future. Gli esiti della votazione sull’iniziativa per le naturalizzazioni hanno dimostrato che, nella nostra democrazia diretta, i cittadini sono intenzionati a sottomettersi allo Stato di diritto.

Fin qui le mie considerazioni assomigliano molto a un classico discorso del 1° agosto, di carattere patriottico. È come se intendessi dire che noi viviamo nello Stato più equo e solidale del mondo, in uno Stato pienamente consapevole della propria responsabilità sociale, dove ogni cittadino beneficia di tutti i presupposti per un’esistenza all’insegna della felicità più perfetta.
Le condizioni non sono certamente così idilliache, e ammettiamolo pure: i principi stessi della democrazia diretta devono essere difesi instancabilmente, anche da noi. Lo Stato di diritto e la solidarietà sono costantemente rimessi in discussione e non sono per nulla scontati.
Stato di diritto: al pari dell’iniziativa sulle naturalizzazioni, l’iniziativa che intende limitare il diritto di ricorso delle associazioni vuole eludere lo Stato di diritto e la protezione dell’ambiente ogni qualvolta la realizzazione di un progetto è, per principio, stata avvallata alle urne o da un’assemblea comunale. Quest’idea è totalmente fuori luogo. Anche un progetto voluto da una maggioranza deve rispettare le leggi emanate per tutelare l’ambiente; poiché la natura stessa, diversamente da un nostro vicino, non può presentare un ricorso, spetta alla organizzazioni ambientaliste ergersi a suoi difensori, rivolgendosi a un tribunale, che prenderà la decisione finale. Una democrazia è giusta ed equa soltanto se è sinonimo di Stato di diritto. L’elettorato svizzero l’ha espressamente ribadito in occasione del voto sulle naturalizzazioni.
Solidarietà: l’idea di un commercio di indulgenze per le emissioni di CO2, che consentirebbe alla Svizzera di compensare tutte le emissioni all’estero senza dover provvedere, essa stessa, ad alcuna riduzione, non è per nulla solidale nei confronti di tutti coloro che si adoperano effettivamente per contenere il CO2. A parte il fatto che la comunità internazionale non sarebbe disposta a tollerare una simile disparità, grazie ad una maggiore efficienza energetica e al più sistematico impiego delle energie rinnovabili potremmo liberarci dalla dipendenza del petrolio e sviluppare nuove tecnologie, fornendo così un contributo alla politica di protezione del clima.
La solidarietà con le generazioni future è rimessa in questione anche oggi, non soltanto da una forma di resistenza organizzata contro la politica climatica o dalle iniziative di smantellamento dei trasporti pubblici. Non dimentichiamo che gli investimenti nei progetti infrastrutturali sono indispensabili; per realizzarli, possiamo anche indebitarci e chiedere alle generazioni future di dare il proprio contributo.

La forza della democrazia diretta traspare in modo chiaro nei processi che portano alle decisioni politiche. Nel caso ideale, in una democrazia si aspira al consenso: si soppesano i pro e i contro, si ponderano interessi divergenti per giungere a una soluzione accettabile per tutte le parti. Ma, in fondo, questa è un’illusione; in realtà, quasi tutte le decisioni sono prese dalla maggioranza. È quindi particolarmente importante che una simile decisione, anche se democraticamente legittimata, venga motivata e spiegata alle minoranze affinché esse possano farsene una ragione. La democrazia deve pertanto essere configurata in maniera tale che le minoranze possano esprimere i propri interessi ed argomenti. È proprio questo lo scopo delle nostre lunghe procedure di consultazione, dei dibattiti nelle commissioni e delle procedure di eliminazione delle divergenze.
Il nostro sistema ha il suo ritmo, un ritmo tipicamente svizzero, che gli altri Paesi spesso percepiscono come lento. Tuttavia a modo nostro, agendo con circospezione, riusciamo a realizzare una politica sostenibile. In alcuni settori, quali ad esempio la politica dei trasporti e di protezione delle acque, siamo indubbiamente più avanti rispetto all’UE. In altri ambiti procediamo invece a passo più lento: pensiamo per esempio alla politica delle liberalizzazioni. In questo campo, e l’ha dimostrato l’apertura del mercato dell’elettricità, fare il passo più lungo della gamba può rivelarsi rischioso. Dovremmo tenere conto di questo aspetto per il processo di liberalizzazione della Posta.
Il tratto essenzialmente svizzero del nostro sistema politico è questo: la democrazia diretta ci obbliga a negoziare, a conciliare interessi opposti, a trovare un compromesso; e, proprio per questo, ci permette di ottenere soluzioni praticabili a lungo termine. Tale è il senso intrinseco della democrazia: essa impedisce che una cultura, una comunità linguistica o una forza politica possa imporsi a scapito di altre attraverso proposte unilaterali, sia all’interno che al di fuori di un Governo. È la ragione per cui una politica di opposizione è incompatibile con i principi della democrazia diretta. In Parlamento e in Governo non vi è mai una maggioranza che rappresenta „il Popolo” sino alle elezioni successive; all’elettorato spetta sempre e comunque l’ultima parola su ogni progetto in discussione. Al momento di preparare le decisioni, chi è stato eletto deve partecipare alla ricerca del compromesso. Proprio per garantire le stesse possibilità d’influsso a tutte le parti, i presidenti delle commissioni parlamentari, delle Camere federali e del Governo sono eletti per un periodo limitato; in tal modo tutti i maggiori partiti politici sono rappresentati in tutti i principali organi politici. Attualmente, sia la commissione per la sicurezza che quella dell’ambiente e dell’energia (CAPTE) del Consiglio nazionale sono presiedute da membri dell’UDC; lo stesso dicasi per il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati. Tutti i presidenti di questi organi svolgono il proprio mandato in modo leale e coscienzioso; come potrebbero portare avanti, parallelamente, una sistematica politica di opposizione? Ciò contraddirebbe lo spirito delle nostre strutture politiche che, nel loro porsi al servizio della collettività, postulano la partecipazione di tutti.
Evitiamo però di fare del „tipicamente svizzero” un cliché immutabile. „Tipicamente svizzero” non significa immortale un archetipo idealizzato e fossilizzato ma difendere, in ogni occasione, e al di là di ogni frontiera, i valori profondi, fondamentali della democrazia diretta. La partecipazione e l’impegno di tutti costituiscono punti cardine del nostro sistema. Anziché temere che le nostre peculiarità siano in pericolo, dovremmo considerare la nostra partecipazione alla comunità internazionale il prolungamento logico delle nostre convinzioni. Lo facciamo già nel quadro dell’ONU, ad esempio in seno al Consiglio dei diritti dell’uomo a Ginevra o fungendo da mediatori in numerosi conflitti. Anche il nostro rapporto con l’UE dev’essere costantemente rivisto sotto questa angolatura. Contro la solidarietà con i nuovi Stati membri dell’UE, ossia la Romania e la Bulgaria, è già stato annunciato il referendum; attualmente non conosciamo ancora le posizioni di tutti i partiti al riguardo (neanche di quelli che non sostengono direttamente il referendum). Non sappiamo nemmeno chi sosterrà la campagna, e con quali mezzi. Non dimentichiamo che qui sono in gioco non soltanto i contributi finanziari a questi due Paesi ma anche i nostri negoziati bilaterali con l’UE. Non possiamo permetterci di isolare ancora di più il nostro Paese, né economicamente né politicamente. Oggi ci chiediamo perché la Colombia critica i negoziatori svizzeri che si sono adoperati per la liberazione degli ostaggi, ma non quelli inviati dalla Spagna o dalla Francia, che fanno parte dell’UE. E perché proprio la Svizzera è sotto pressione dopo l’arresto del figlio del colonnello Gheddafi mentre la Libia non aveva assolutamente protestato dopo che il giovane Hannibal era entrato in conflitto con la legge in due Stati membri dell’UE (arresto nel 2001 in Italia a seguito di una rissa, condanna nel 2004 in Francia per atti di violenza e porto d’armi illegale). Se già non siamo membri dell’UE, è assolutamente inconcepibile che ci asteniamo pure dal percorrere la via dei negoziati bilaterali. Dobbiamo dare prova di solidarietà con gli altri, poiché anche noi non possiamo farne a meno. Questa constatazione l’abbiamo ribadita in occasione di numerose votazioni popolari; è nostro compito, nella democrazia diretta, continuare ad impegnarci su questa via.

Forse Nicolas Hornoncourt e Matthias Hartmann non avevano tutti i torti. La guida, in una democrazia diretta, richiede una buona dose di responsabilità individuale, e non soltanto cieca obbedienza alla segnaletica. Ne deriva che noi ci muoviamo al nostro proprio ritmo. Non tutto ciò che è permesso deve per forza essere fatto. Con pragmatismo, senso della misura e una velocità che consente a tutti di tenere il passo, nella democrazia diretta avanziamo in maniera più spedita verso il traguardo. Tale traguardo significa anche solidarietà e responsabilità condivisa. Non siamo infatti soltanto cittadini del nostro Paese ma abbiamo una responsabilità nei confronti del mondo intero.
Auguro a tutti voi un buon 1° agosto.
Moritz Leuenberger

Source image: Mes années à Genève
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Quando spiego il nostro sistema politico ai miei interlocutori mi sento dire che, in una democrazia diretta, è impossibile sviluppare strategie a lungo termine e instaurare coerenza. Le decisioni prese non possono essere che inconsistenti e scevre di ogni logica intrinseca.